NON SEI TU, SONO IO

Apples in Blog

Calabresi nel mondo, perché sono così tanti.

Se la Regione Calabria fosse gestita con la stessa cura che i calabresi usano nella pianificazione del proprio frigorifero, beh, allora questa diventerebbe senza dubbio la versione sott’olio della Svezia.

Dopo dieci giorni  in Calabria, posso affermare con certezza che il mio fabbisogno annuale di calorie sia pienamente soddisfatto. Ora non ho più bisogno di mangiare nulla, sono diventata come i cammelli che  bevono litri e litri di acqua e per questo possono farne a meno per mesi.

La Calabria è una regione in cui si parla esclusivamente di cibo, sempre. In qualsiasi occasione: a tavola, quando ci si sveglia, quando si va a passeggiare per riprendersi da ciò che si è mangiato, la notte quando si dorme, quando si incontra un amico che non si vedeva da 10 anni.

L’unico momento dell’anno in cui in Calabria non ci si siede a tavola è il pranzo del 24 dicembre: vogliamo mantenerci leggeri per quello che verrà, quindi si preparano delle buonissime e succulente ciambelle fritte di patate, meglio note come “cullurelli” o, per i più temerari, “cuddrurieddri”, da mangiare rigorosamente in piedi. È praticamente l’interpretazione calabrese del veganesimo.

Quando un giovane espatriato torna a casa e la mattina si sveglia, la prima cosa che si sente dire non è “Buongiorno, hai dormito bene?” ma “Che vuoi mangiare domani sera?”. Questo perché fino all’indomani a pranzo sono già state stabilite tutte le portate: antipasto, primo, secondo, secondo secondo, contorno, frutta, caffè.

Nel periodo natalizio tutta questo si enfatizza ulteriormente. Ecco perché quando sento i miei amici del nord Italia lamentarsi di quanto abbiano mangiato durante le feste penso che allora forse non sono solo io; il problema nasce quando però iniziano ad esporre ciò che davvero intendono per pasti delle feste: il pranzo del 25 dicembre, a base di BRODO.

E basta?!

E basta?!

 

Io in quei momenti sono un po’ in difficoltà, non so mai come rispondere esattamente: nella mia città il Natale si inizia a festeggiare il 7 dicembre, cioè il giorno dell’antivigilia dell’Immacolata.

Poi di seguito tutte le altre feste che mi hanno coinvolta:

– l’8 dicembre;

– aperitivi e caffè vari con gli amici per i saluti in vista delle Feste;

- il cenone del 24 a base dell’intero pescato del mar Mediterraneo;

- il pranzo del 25 a base di mobili dall’epoca vittoriana a oggi;

– la cena del 25 sera a base degli avanzi degli ultimi 2 pasti: menù mari e monti;

– il pranzo del 26 a base di brodo, per purificarci;

– il BATTESIMO del 28 dicembre;

– festa del 30 dicembre (ma solo a casa mia);

– il cenone del 31 dicembre;

– il pranzo dell’1 gennaio;

– il pranzo fuori al ristorante (giuro, hanno avuto il coraggio di organizzarlo) del 2 gennaio;

PARTENZA

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“Lunedì mi iscrivo in palestra!”

 

L’aspetto positivo di tutta questa storia è che non abito in Calabria da molti anni, ma non posso certo dire di essere immune da questo regime alimentare. Vorrei far capire a chi legge che il fenomeno che vede molti giovani calabresi immigrare o emigrare non è dovuto solo al lavoro. Noi scappiamo letteralmente da pranzi e cene infiniti. La nostra prima pappina probabilmente era sott’olio, alla fine di ogni pasto ci hanno insegnato a fare la scarpetta e se un giorno – dopo esserci fatti coraggio grazie a sofisticate tecniche di training autogeno portate avanti da un team di psicologi dell’università del Massachusetts che conduce uno studio sul perché quando si mangiano le melanzane sott’olio il nostro corpo rilascia endorfine e le relative conseguenze sull’uomo  – decidiamo di dire alla nonna “nonna, oggi per me niente pasta, vorrei solo delle verdure”, sappiamo bene a quali conseguenze andiamo incontro: “tranquilla, anche a me vanno solo le verdure oggi, infatti ho preparato la parmigiana di melanzane”

VINCONO SEMPRE E COMUNQUE LORO. 

 

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Il Buongiorno di Una Cosa al Giorno

Iniziare la giornata in modo piacevole è una cosa bella .

Qualche tempo fa, mi sono iscritta per caso qui: http://www.unacosaalgiorno.it/. “Una cosa al giorno” invia per email – tutti i giorni, appunto – delle curiosità, qualcosa di nuovo che riesce a stupire sempre.

In questi mesi ho imparato un modo diverso – esiste, sì – di allacciare le scarpe; ho scoperto chi è Khrystyna, un’artista irlandese che realizza gioielli che racchiudono un po’ di natura: un fiore, un pezzo di foglia, una pietra, per portare la natura sempre con sé

Ho scoperto quanto possano essere pittoresche le fermate dell’autobus in Russia:

soviet bus

Mi sono stupita con l’arte satirica di Pawel Kuczynsky

face

Ho creato la mia illustrazione:

ciliegie

Autoritratto. Olio su tela, 24×33. L’artista ha voluto rappresentare se stessa nel momento di massimo splendore della sua vita quando, abbandonata la casa paterna si trasferì a Vienna per studiare belle arti. La stessa, infatti, era convinta di possedere un talento innato. Questa storia ci fa capire una sola cosa: l’amicizia è una cosa rara. Non si può avere tutto dalla vita.

E domani?

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Imparare a cucinare grazie a Striscia la Notizia

Chissà qual era l’obiettivo di Striscia la Notizia quando ha dichiarato il vincitore della quarta edizione di Masterchef. Per tutte le persone amanti di quella cucina, degli chef Cracco e Barbieri nonché del fantastico – si capisce che è il mio preferito? – Joe Bastianich, uno spoiler sulla finale è un colpo troppo basso.

 

sheldon

Qui è come ho reagito una volta appresa la notizia

 

Striscia la Notizia non ha soltanto colpito Sky, ma tutte quelle persone che ogni settimana hanno un appuntamento fisso il giovedì sera: sono quelli che sperano nella vittoria di un concorrente, che ne detestano un altro, che non vedono l’ora venga decretato il vincitore. Sono gli stessi che tutti i giovedì commentano su Twitter la puntata. Insomma, sono degli spettatori che, volendo, potrebbero scegliere di anticipare MasterChef con una puntata di Striscia la Notizia. Ma probabilmente non lo fanno. E ieri sera Striscia la Notizia ha confermato ulteriormente il perché.

È una sensazione che conosco molto bene, quella dello spoiler: un po’ di tempo fa una persona mi disse che sarebbe morto il mio personaggio preferito in Lost nell’episodio successivo: l’ho cancellato da Facebook. Siamo in democrazia, io scelgo di rimuoverti dagli amici anche per un motivo del genere.

No. Non è vero, mi stava molto antipatico e mi ha dato la scusa per salutarlo. Arrivederci.

 

Lo so, non c'entra niente. DIciamo che è il mio sogno nel cassetto.

Lo so, lui non c’entra niente. Diciamo solo che i sogni son desideri.

 

Ecco, Striscia la Notizia ha fatto proprio come quel simpaticone quassù. Non Marino, l’altro.

Per questo, vorrei ringraziare ufficialmente il noto Tg Satirico: mi avete dato un motivo in più per non sintonizzarmi su canale 5 alle 20:30. Da oggi la parola “zapping” mi farà pensare a voi. Piuttosto vedrò in streaming una puntata del Commissario Cordier, oppure sceglierò di vedere Otto e Mezzo con Eugenio Scalfari come ospite senza per questo addormentarmi. Spinta da un moto di orgoglio, diventerò una assidua spettatrice de “I pacchi” – come li chiama mia nonna – su Rai1. E tiferò sempre per il premio più alto. Probabilmente sarà proprio grazie a Striscia la Notizia che imparerò a cucinare come si deve: sfrutterò quella mezz’ora di tempo che mi divide da MasterChef per realizzare il mio personalissimo Pressure Test. Andrò a fare l’esterna sul balcone fingendomi sull’Isola Bella, immaginando di cucinare per 3 esperti sconosciuti. Mia nonna e mia madre finalmente la smetteranno di ridere come risposta alla mia domanda: “mi daresti la ricetta delle lasagne?”. 

Io la smetterò di sentirmi derisa da loro e tutti vissero felici e contenti.

Non è vero: passerei quei trenta minuti ad arrostire il petto di pollo o a bollire verdure oppure, ma solo se sarò in vena,acquisterò una pizza.

E per tutto questo potrò ringraziare solo Striscia la Notizia.

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Roma è così bella che a volte sembra pure Venezia.

Ieri Roma si è svegliata Venezia.

L’altra sera mi sono addormentata a Roma ma svegliata a Venezia:

Venezia è una città bellissima, dove al posto delle strade ci sono i canali e dove, invece di parcheggiare l’auto, parcheggi la barca. Tutto è diverso a Venezia. Non ci sono gli autobus ma i vaporetti; per andare da una parte all’altra della città, lo devi decidere ore prima. Cioè, non è che vai a Burano così. Ti devi organizzare, prendere in orario il vaporetto o la tua barca. Passare tipo un’ora del tuo tempo su quella barca. Magari a Novembre. A Venezia sempre. Insomma, può essere scomodo, soprattutto per chi di Venezia non è. Infatti molti dicono che solo chi è nato a Venezia può vivere a Venezia.

Mi è sorto quindi un dubbio: allora un romano che è nato a Roma ma si sveglia a Venezia, ci può vivere a Roma anche se sembra Venezia?  

Ce lo chiediamo in molti, tra cui loro:

Il dubbio è sorto anche a loro

Ad esempio, ieri mattina  a Roma c’era un nubifragio. Così sono uscita. Perché siccome il tempismo è il mio forte, avevo un appuntamento alle 8 e 30 del mattino, proprio sotto quella che i giornalisti che hanno passato la giornata a ponte Milvio, chiamano bomba d’acqua. Mentre camminavo pensavo: “Certo che Venezia è proprio bella.

"Ah no, è via Tiburtina"

“Ah no, è via Tiburtina”

Se a Roma piove e devi uscire per un appuntamento, meglio saperlo prima perché se perdi un mezzo pubblico o non ti regoli con l’orario, arrivi in ritardo. Proprio come a Venezia.

Ecco allora un piccolo test, per chi come me si è svegliato in un’altra città:

1. Se a Roma piove e da Colli Albani devi raggiungere in metro l’Eur, che fai?   

  •     Ti suicidi;
  •     Ti fai forza, pensi “Che potrà mai capitare, dai”, esci di casa e vieni colpito in pieno dall’albero secolare di piazza Zama;
  •     Prendi la metro e resti tutto il giorno tra Vittorio Emanuele e Termini finendo per innamorarti del tizio che ti si è accollato,  come risultato della sindrome di Stoccolma che ti ha inevitabilmente colpito dopo una giornata passata su una metro.

2.  Sei sul 60 Express ma un albero decide di cadere nel mezzo di via Nomentana, bloccando la strada e generando irrimediabilmente un traffico vergognoso. Che fai?

  • Twitti a Marino per chiedergli come va; 
Tutto bene, grazie

Tutto bene, grazie

  • Dopo la telefonata con Marino, decidi di prendere tu le redini della situazione e chiami la protezione civile, i vigili e la forestale;
  • Decidi di prenderla con filosofia, esci dall’autobus, e te la fai a piedi;
  • Twitti al profilo dell’Atac per chiedergli che mostre ci sono alla Biennale. 

3. L’uomo della tua vita è dall’altra parte della strada ma devi attraversarla. Come fai? 

roma allagata

  • Cerchi di raggiungerlo a nuoto ma muori annegato;
  • Vai a casa un attimo, ti metti le galosce, torni e lui ci sta provando con un’altra;
  • Gli chiedi di aiutarti mentre provi ad attraversare a nuoto la strada, ma lui ti risponde che adesso non si sente pronto, di capire le sue necessità in un momento così’ difficile e che non sei tu ma lui. 

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I 20 modi con cui Moncler avrebbe potuto rispondere alle accuse di Report ma, non si sa perché, non lo ha fatto

L’Ungheria è un paese molto ospitale, lo sanno tutti. Soprattutto le aziende che decidono di andare a produrre lì. Lo sa bene anche Moncler, che da domenica 2 Novembre, è nell’occhio del ciclone per colpa di Report. Pare, infatti, che le piume d’oca che costituiscono i suddetti piumini, derivino da procedure non proprio rispettose per le povere oche.

"Dici a me?"

“Dici a me?”

Chi avrà ragione? Non lo so. Sta di fatto, però, che se c’è un lavoro che proprio non vorrei fare in questo momento, è l’addetto stampa Moncler. Hanno provato di tutto: codice etico, selfie con oche sorridenti, hanno giurato sulla mamma che quello che Report dice è un mucchio di cavolate. Con scarsissimi risultati.

Ecco allora qualche consiglio all’ufficio stampa di Moncler sulle risposte da dare ai media:

1. Le oche non sono le nostre, qualcuno le ha comprate e spennate a nostra insaputa;

2. Non è vero che il costo di produzione delle oche sia di 40 euro, a volte anche meno;

3. Non abbiamo avuto alternative, siamo stati inseguiti da un gruppo di uomini con dei forconi;

4. Produrre un piumino con 20 euro e rivenderlo a 1000 è la nostra idea di costo opportunità;

ZioPaperone

5. Siamo andati in Ungheria perché la Cina era troppo lontana;

6. Gli ungheresi sono molto ospitali, molto più dei cinesi;

7. Le oche ungheresi sono ancora più ospitali, molto più di quelle cinesi;

8. “Anche io una volta mi sono seduto ad un tavolino in piazza San Marco a Venezia e 1 caffè l’ho pagato 15 euro, però non è che mi sono andato a lamentare perché a loro costa 30 centesimi”;

9.  Fanno tutti così;

10.  Non è vero che spenniamo le oche 4 volte l’anno, magari;

11. I nostri clienti non sanno neanche cosa siano le oche;

12. Perché volevamo che tutti ricordassero il Marchio Moncler come sinonimo di piumino; 

13. Comunque quelle che spennano le oche, non sono nostre dipendenti, sono delle parrucchiere free lance;

14. Tanto le oche sono solo animali;

15. Non le stavamo spiumando vive, le stavamo pettinando;

16. Non siamo noi a spennare le oche, è la Gabanelli che rompe le palle;

17. Guardiamo il lato positivo: ora tutti sanno dove si trova la Transnistria;

18. Sì le spenniamo ma almeno non le uccidiamo per il fois grais;

19. È grazie ai piumini Moncler che si riconoscono gli italiani all’estero;

20. Il pile non si è mai portato, dai.

 

 

 

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Roma Smart City

Quando si vuole bene ad una città, si deve avere il coraggio di prendere delle decisioni con il rischio che queste siano impopolari. In Italia, c’è un Sindaco a cui ultimamente non ne va bene una: Ignazio Marino. Raccoglie dissensi da tutte le parti. Non riesce proprio a smetterla, è più forte di lui.

Se qualcuno gli consiglia: “Sindaco, magari si potrebbe fare qualcosa per i commercianti. Potremmo inventare un modo per spingere le persone ad andare di più in centro”

Lui risponde: “hai proprio ragione. Aumenteremo il prezzo del parcheggio, proibiremo la ztl ai motorini e chiuderemo il centro di Roma alle macchine”.

Insomma, una vera e propria svolta per la città. Sempre più Smart City.

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Ecco allora alcune proposte per aiutare il Sindaco Marino ad emettere dei decreti sempre più impopolari ma per il bene della città:

Combattere lo smog rendendo completamente pedonabile tutta la città;

– Aumento del parcheggio a 4,50€/h. E se si vuole restare tutta la giornata in centro, è possibile pagare tranquillamente tramite bonifico oppure con un finanziamento in sei mesi al tasso fisso agevolato al 3% ;

Chiusura delle stazioni metro Spagna, Flaminio, Ottaviano, Colosseo, Cavour, Termini;

– Trasformazione del centro di Roma in una grande pista ciclabile: non più autobus e metropolitane. Solo biciclette;

– Consentire l’ingresso nel centro di Roma esclusivamente a chi ha una bicicletta, a patto che si non scenda mai;

- Possibilità di partecipare ai concerti all’Olimpico solo per i residenti;

– Obbligo di tifare Roma se si è nati prima e dopo il 1973. Anche se tifano Lazio;

80 euro al mese per tutte quelle coppie che non intendono avere figli;

– Multe per tutti quelli che invece di andare veloce, camminano piano;

Obbligo di lavorare per tutti i dipendenti del Comune;

– Tassa di soggiorno per i residenti; 

– Più case, meno calabresi. 

 

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Pensavo fosse un rebus, invece era solo un hashtag

Il 25 Ottobre prossimo, la CGIL ha indetto una grande manifestazione a Roma. Ovviamente, ne ha dato comunicazione su tutti i principali canali e profili social. Tra questi Twitter. Ecco come:

cgil

Per cambiare l’Italia: #tutogliioincludo

Ok. Proviamo a leggere insieme l’hashtag:

– Tuto gli.. No;

– Tutoglio.. No;

– Tutogli io in cludo.

Insomma, nell’era in cui la comunicazione è sempre più diretta e in cui c’è bisogno di chiarezza, soprattutto sul lavoro, non potevano scegliere un hashtag più comprensibile? Se ci si deve già soffermare sul senso del testo e poi risolvere un rebus, dove lo troviamo il tempo di cambiare l’Italia?

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21 cose da fare a Roma

Si sa, Roma è una città molto grande e le cose da fare e da vedere sono tante. Per questo bisognerebbe prima informarsi per essere sicuri di non tralasciare niente, chiedendo magari informazioni a chi Roma la conosce molto bene.

roma

Ecco le 21 cose che solo un vero romano farebbe:

  1. Immergersi nella fontana di Trevi e chiedere di Marcello;
  2. Approfittare del centro di Roma prima che il prossimo Sindaco decida di chiuderlo definitivamente;
  3. Passare un’intera giornata ad aspettare un autobus prima di scoprire che hanno spostato la fermata o rimosso la linea;
  4. Fare il bagno nella metro A quando piove;
  5. Fare giochi di magia il venerdì sera a Trastevere invitando le persone a guardare, facendo competizione al Mago Guarda;
  6. Vestirsi da punkabbestia ed entrare all’Art Cafè;
  7. Chiedere ad un tassista come fare per chiamare una macchina Uber;
  8. Sedersi al bar del Fico per bere una cosa e scoprire di aver fregato la sedia ad uno che l’aveva portata da casa per giocare a scacchi;
  9. Leggere un libro all’angolo di un palazzo a caso di Rione Monti, fingendosi hipster;
  10. Entrare a villa Ada per una passeggiata e perdersi sperando poi in un miracolo o nella protezione civile;
  11. Uscire a piazza Bologna e fingersi calabresi;
  12. Chiedere in latino ai gladiatori di fronte il Colosseo di scattare una foto insieme a loro;
  13. Essere inseguiti dai parcheggiatori abusivi che chiedono i soldi anche di giorno;
  14. Gridare al miracolo per avere trovato parcheggio il venerdì sera di fronte piazza Trilussa;
  15. Decidere di andare dall’altra parte della città per uscire una sera e, dopo un’ora di macchina e a metà percorso, dimenticare dove si sta andando;
  16. Fare aperitivo da Freni e Frizioni mangiando l’impossibile prendendo, però, da bere nel locale vicino per evitare la fila alla cassa;
  17. Partecipare a tutte le manifestazioni di fronte i Ministeri e trovarsi nel bel mezzo di una rissa per la salvaguardia della castagna sarda, pur non essendo mai stati in Sardegna e non avendo mai assaggiato la castagna sarda;
  18. Evitare la fila chilometrica per entrare a San Pietro semplicemente chiedendo permesso ai turisti;
  19. Parcheggiare con finta nonchalance al Cimitero del Verano di venerdì sera per andare a San Lorenzo;
  20. Aspettare l’autobus sulla Colombo ed essere scambiati per un viados;
  21. Decidersi di comprare una bicicletta, ed essere uccisi dopo trenta secondi.

 

 

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“Scusi mi presta lo zucchero?” “No”.

Io non so cosa abbia fatto di male nella mia vita, ma mi ritrovo sempre dei vicini di casa imbarazzanti. Di quelli che ti fanno venir voglia di trasferirti su una montagna o in aperta campagna, dove non c’è bisogno neanche di inserire la password per il wifi in quanto nessuno mai riuscirà a visualizzare la tua rete. Perché i vicini più prossimi abiteranno sulla montagna accanto, e gli unici esseri viventi con cui interfacciarsi saranno gli scoiattoli o, al massimo, delle mucche al pascolo.

Ecco, questo avviene in un mondo ideale: le mucche, gli scoiattoli, i cavalli. Vivendo in una grande città, sono costretta da ormai dieci anni a subire le voci, i rumori, i gemiti, i litigi, di questi perfetti sconosciuti che per motivi a me non chiari, hanno deciso di abitare in prossimità delle mie sottilissime mura domestiche.

Esistono diverse tipologie di persone che popolano i nostri palazzi. Io le odio pressocché tutte, a parte quelli che viaggiano spesso per lavoro e, quindi, non sono mai a casa.

In primis, c’è il vicino rumoroso, quello che accende lo stereo ad un volume talmente elevato, che tu sei costretto ad urlare per parlare, come in discoteca, ottenendo, quindi delle conversazioni del tipo:

“Sai, ho conosciuto un ragazzo!”

“Sono le otto e venti”

“Ma che dici, mica mi piace. Ho detto solo che l’ho conosciuto” 

“No a me la pizza non va, l’ho mangiata ieri”

Quanti rapporti di amicizia sono andati via via a sfaldarsi a causa di vicini rumorosi? 

Scienziati 1Test clinici dimostrano come il 40% delle amicizie finisca per incomprensioni, mentre il restante 60% per colpa di vicini di casa rumorosi e maleducati.

Il medesimo vicino, credendosi Eric Clapton, suona la chitarra a partire esclusivamente dall’una di notte. Accompagnando lo strumento con la sua voce. Tu il giorno dopo hai l’orale di matematica finanziaria e vorresti quantomeno dormire, ma sei costretta ad ascoltare lui nella sua esibizione. Nella sua camera da letto. Da solo. Con il poster di Belen in qualità di spettatore. E me, ma lui questo non lo sa.

Quando il simpatico vicino si fidanza, allora i problemi si moltiplicano. Perché se è vero il detto che dice “chi si somiglia, si piglia”, come minimo siamo rovinati. La ragazza sarà come lui, una selvaggia. Una novellina delle convivenze nei condomini, una che alle tre di notte si mette a cantare “Ti scatterò una foto” di Tiziano Ferro, svegliandoti. E tu che stai lì, nel tuo letto, attonita, rimbambita, a pensare a quante cavolo di strofe ha “Ti scatterò una foto” di Tiziano Ferro.

I due si accoppiano amabilmente a qualsiasi ora del giorno e della notte, destando qua è là dei dubbi esistenziali: ma questi non  lavorano mai? 

Pare di no. 

scienziati2 Me lo ha detto lui

A questa categoria di vicini si affianca quella delle persone che litigano in continuazione. Persone sposate da anni, che non si sopportano più. Non sanno cosa significhi dialogare, solo discutere animatamente per qualsiasi cosa. Hanno estreme difficoltà di comunicazione ma, nonostante questo, decidono comunque di rimanere insieme. Non divorziano solo perché hanno una prole da mantenere e, probabilmente, molti sensi di colpa. I motivi delle discussioni vanno dal sugo bruciato al “ma perché hai messo la sedia così?” al “lo sai benissimo che a me le Macine del Mulino Bianco non piacciono, perché ti ostini a comprarleeeee!”.                  

E tu lì, che quasi vuoi intervenire nella discussione, ad ascoltare tutti i fatti loro, senza neanche aver scelto di volerlo fare. Anche perché, sono ormai convinta che i suddetti, al fine di litigare, vadano sul balcone. Della serie:

“Ma ti sembra normale che tu abbia cambiato le lenzuola del letto oggi invece di domani????!!!”

“Aspetta, non parliamone qui in camera da letto, andiamo prima sul balcone” 

“Ok, hai ragione”

Sono quelli che,sempre dal balcone, urlano al figlio:

“Olmo, la prossima volta che lasci il condizionatore  acceso ed esci ti spacco al muro!!”

Io a volte mi sento un po’ come Olmo. Ma guardiamo il lato positivo, non mi chiamo Olmo.

 

Ogni riferimento a cose o persone non è puramente casuale. Se doveste riconoscervi nelle descrizioni, beh, magari provate a cambiare biscotti. In genere i Pan di Stelle piacciono a tutti. Se Olmo dovesse rivedersi nei dialoghi: negare, negare sempre.

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L’enorme fardello delle donne tutte le volte in cui entrano da Zara. Gli uomini.

Ogni volta che entro in un negozio e vedo dei ragazzi fermi all’ingresso, provo una grande tenerezza.

Non sanno proprio quello che si perdono. 

E invece vedi questi, imbarazzati, con lo sguardo perso nel vuoto, speranzosi che prima o poi la loro ragazza troverà tutto ciò che sta cercando, ed uscirà contenta. Il problema è che non sempre la loro ragazza sa esattamente cosa cercare. A volte, la loro ragazza, si trasformerà in una vittima delle perfide regole del Marketing, in base alle quali la posizione di ciascun vestito non è casuale.

Non lo è affatto. 

zara logo

Quindi si partirà dalla ricerca di un pantalone, e si finirà per acquistare una camicia, due maglioni, tre tshirt, un paio di scarpe, una sciarpa. Ma non il pantalone.

Che si cercherà nel negozio successivo. Fino all’infinito e oltre.

Con sommo dispiacere del ragazzo di cui sopra. Che inevitabilmente trascorrerà tutto il suo tempo fissando il cellulare, arrivando a pensare che si iscriverebbe addirittura  a Flickr pur di uscire da quell’ incubo terribile che è il giro per tutti i negozi della città: inizierebbe a leggere Anna Karenina; accetterebbe di iscriversi al corso di Tango, quello che inizia alle 21 del lunedì e del venerdì, fino alle 23 ( a pensarci, poracci); sarebbe in grado di promettere l’impossibile, e non è vero che non voleva entrare da Zara, lo sa benissimo che esiste anche Zara Uomo, il sottoscala al piano -3 dello stesso negozio, è solo che non ha bisogno di niente in quel momento. Le sue 3 magliette gli bastano e avanzano.“Quindi è inutile che insisti. E ora lasciami leggere Anna Karenina”

American Apparel Tratto da una storia vera

Per questo l’uomo, in queste circostanze, diventa l’essere più inutile del mondo, perché non sarà mai sincero, né tantomeno obiettivo (sarà la stessa persona che dopo due giorni, in ritardo, e sull’uscio della porta pronti per uscire, dirà “sì questo pantalone è carino, ma non mi convince molto” Con tutto quello che ne consegue).

Ecco, l’uomo, pur di uscire da quella situazione ma, soprattutto, da quel negozio, sarebbe in grado di rispondere “bene” a qualsiasi tipo di domanda:

“Come mi sta questo vestito?” “Bene” 

“Secondo te sono carine queste scarpe?” “Bene

“Pensi che questo pantalone mi ingrassi?” “Bene” 

“Ho un altro” “Bene

(Approfittatene).

Tutto questo comporta un senso di insoddisfazione nella donna che non si sente, a sua volta, capita. Perché, in fondo, era solo alla ricerca di un pantalone.

einstein_2.jpg (458×300)(La teoria della Relatività applicata ad un paio di pantaloni )

Ed è proprio con la scusa dell’occhiata che una volta un mio amico a cui ho chiesto se poteva accompagnarmi “un attimo” da Intimissimi, arrivato alla soglia del negozio, ha addotto scuse improbabili:

“Ti spiace se vado un attimo da nzipunqwekjdsz..  qui vicino?” 

“Eh?” 

“Ti spiace se vado un attimo da nzipunqwekjdsz..  qui vicino?” 

“Ok. Ci vediamo tra dieci minuti qui allora”

Bene

Dopo dieci minuti, ormai totalmente fuori di me per il solo fatto di trovarmi nel mio negozio preferito, mi sono voltata e ho visto il mio amico all’ingresso. Con gli occhi da cerbiatto. Affranto. Provato. Impaziente. Quasi disperato. Speranzoso, ma anche un po’ rassegnato.

Insomma, in quella occasione ho provato pietà, e mi sono quasi sentita in colpa, cosa che mi ha spinto ad uscire prima rispetto ai miei piani diabolici.  Contenta, sì, ma non pienamente soddisfatta dei miei acquisti. Perché era periodo di saldi, e io avevo davvero bisogno di tutte quelle cose.

Evidentemente i miei occhi parlavano per me. Sembravo affranta. Provata. Impaziente. Quasi disperata. Speranzosa, ma anche rassegnata:

“Ale, tutto bene?”

Bene

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